Foto: Debora Barnaba

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Debora Barnaba e la fotografia come il nuoto sincronizzato

Nei suoi scatti la fotografa usa il corpo come punto di partenza per una ricerca sulle forme e gli spazi: «Con il nuoto ho scoperto come usare il corpo per trasmettere emozioni. Ora voglio capire come si relaziona con l'esterno»

Parlando di corpi e di femminilità subito ci viene in mente il rapporto complesso che instauriamo con noi stessi. Ci sono molti modi per cambiare il modo in cui guardiamo e la fotografa Debora Barnaba ha trovato nel suo lavoro un mezzo per scoprire, più che se stessa, il corpo in generale. Parti che non sapeva di avere sono venute alla luce, ha visto come il suo corpo poteva diventare monumentale, attraversato da una forza, una carica e una bellezza che nello specchio non aveva mai visto.

Com’è iniziato il tuo percorso nella fotografia?
Da che ho ricordo ho sempre amato l’immagine. Durante il liceo ero molto convinta di volermi dedicare alla pittura, odiavo la fotografia perché la pensavo troppo legata alla realtà. Negli anni dell’università mi sono trovata senza soldi, senza tele e colori, allora ho preso una compattina e ho cominciato a fotografare quello che avrei voluto poi dipingere, scoprendo di riuscire a realizzare un’immagine che da sola aveva un suo senso. Mi sono quindi chiesta il valore aggiunto della trasposizione pittorica o scultorea di queste immagini. Così è cominciata la mia sperimentazione fotografica.

Nel tuo lavoro c’è una forte presenza scultorea. Quali artisti ti hanno maggiormente ispirata?
Inizialmente, essendo autodidatta, mi sono ispirata molto alla storia dell’arte classica. Sono un’amante appassionata di Michelangelo Buonarroti, per me il genio assoluto dell’arte. Poi amo Rodin. Questi due influenzano sicuramente tutto il mio lavoro.

Foto: Debora Barnaba

Come per questi autori, anche nel tuo lavoro il corpo è la parte principale. Da cosa è nato questo bisogno di comunicare attraverso il corpo?
Mi è sempre piaciuto studiare i volti delle persone, per capire come si muovevano, le espressioni ed esplorarli da diversi punti di vista. Forse il punto di svolta è stata la consapevolezza che mi ha dato il nuoto sincronizzato. In questa disciplina ho scoperto come usare il corpo per trasmettere emozioni. Nel mio lavoro cerco di scoprire il corpo, capire come funziona e come si relaziona con l’esterno.

Possiamo parlare di performance o è più uno studio?
I primi progetti erano molto performativi. Oggi forse questo aspetto è ancora presente, anche perché quando lavoro ci sono io su un set che mi muovo e la fotografia blocca qualche istante di questo flusso. Però lo considero uno studio sui volumi.

Nell’ultima serie ‘over the bridge’ il corpo viene esplorato da punti di vista inusuali.
La serie precedente, Sfinge, è un lavoro di distacco rispetto a quello che viene prima, nei quali era molto forte l’aspetto performativo. Mi interessa molto cercare di elevare il corpo rendendolo più scultoreo, osservarlo da angolature inesplorate. Scompongo il corpo e lo studio nelle varie componenti rendendolo scultura.

Hai provato ad usare la scultura?
Si, ho tentato. Un domani mi piacerebbe trovare una fusione tra la fotografia e la scultura, sono anni che ci sto pensando.

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