Federico Fellini sul set di 'Roma' a Cinecittà

Foto: Louis GOLDMAN /Gamma-Rapho via Getty Images

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I sogni di Federico Fellini

L'intervista di 'Rolling Stone', il fumetto dimenticato, il film che non girò mai, la delusione dopo aver provato l'LSD: cent'anni fa nasceva il più grande. E noi proviamo a raccontarvelo da un prospettiva un po' diversa

Cent’anni fa nasceva a Rimini Federico Fellini. Stando alla sua biografia – quella specie di grande sceneggiatura di realtà, bugie, sogni e ricordi nella quale aveva trasformato la sua vita (e l’aveva messa in scena un pezzo alla volta, cominciando da ), la mamma l’aveva quasi certamente portato al cinema Fulgor quando stava ancora nella pancia. Fellini lo raccontò una volta a Jonathan Cott – uno dei grandi intervistatori di Rolling Stone che era venuto a trovarlo a Roma ai tempi di E la nave va. Aggiunse che il suo spettatore ideale doveva essere entrato in sala soltanto per aver guardato il manifesto del film, senza prestare attenzione a critiche e interpretazioni. Doveva essere cioè “innocente come un feto” nel buio della sala. Doveva essere un sognatore: “Se qualcuno rivelasse al sognatore prima il significato del suo sogno, questi non vorrebbe più andare a letto, né sognare più”.

All’inizio degli anni ’70 il regista era stato contattato da un certo Michael Choquette, un autore comico della rivista National Lampoon che gli aveva chiesto di disegnare un fumetto per Rolling Stone. Choquette era un tipo alla moda, coi capelli lunghi nerissimi e un paio di occhiali ovali sul viso. Probabilmente era simpatico o almeno persuasivo. Più probabilmente Fellini – che nella realtà era costantemente rincorso dalla stessa corte dei miracoli di pazzi, generici, paparazzi e giornalisti che amava mettere in scena qua e là nei suoi film – accettò per via di una qualche sottile nostalgia: forse si rivedeva ventenne autore di vignette e battute al Marc’Aurelio. Oppure, chissà, incappò in una di quelle coincidenze cosmiche che tante volte amava scrutare e interrogare.

Accettò, e sarebbe stato in buona compagnia. Michael Choquette aveva convinto il direttore di Rolling Stone Jann Wenner a finanziare un inserto a fumetti di una ventina di pagine che celebrasse gli Anni Sessanta appena trascorsi. Era riuscito a ottenere tavole di grandi disegnatori internazionali come Jack Kirby, Art Spiegelman, il nostro Crepax. Di scrittori e musicisti cari al pubblico della rivista come Tom Wolfe e Frank Zappa. Avrebbe avuto dalla sua anche John Lennon e Jean-Paul Sartre se nel frattempo Rolling Stone non avesse cambiato idea e ritenuto il progetto troppo costoso per un semplice inserto di carta di giornale. Per 9 anni Choquette, con le sue tavole d’autore sottobraccio, cercò allora un altro editore. Senza successo. Allo scadere del decennio abbandonò l’idea. Il libro The Someday Funnies sarebbe stato pubblicato soltanto nel 2011.

Come pensava dunque Federico Fellini di celebrare gli anni ’60, cioè il decennio che lo aveva reso uno dei registi più famosi al mondo, una vera celebrity internazionale? Raccontando un sogno. La sua tavola (che potete vedere qui e qui) si chiama A dream I had 10 years ago. È scritta in inglese – conosceva bene la lingua, facile sentirlo parlare nelle interviste con un seducente accento romagnolo. Immagina che un Fellini/Mastroianni, un pupazzetto minuto con un gran cappello in testa, si trovi a bordo di un vecchio aereo passeggeri, che ha un buco nella fusoliera. Quando l’aereo entra in una grande nuvola nera velenosa, Fellini salva tutti chiudendo il buco con un dito, e per questo all’atterraggio viene nominato capo dell’aeroporto. Lo vediamo infine seduto alla scrivania in fondo a un lungo corridoio, accanto a un donnone crudele e felliniano. Quando entra un misterioso uomo dalle fattezze orientali e senza passaporto, il donnone grida di cacciarlo via, ma Fellini è colpito dalla sua dignità regale e prende tempo, mentre fuori una pioggia scura minaccia di cadere per sempre.

L’aeroplano occupa un posto preciso nella mitologia felliniana. Anche vagamente erotico: c’è una hostess gigantessa nell’harem di , ricorderà qualcuno. Non solo. Il film che Fellini non fece mai, Il viaggio di G. Mastorna, iniziava proprio su un aereo che compie un atterraggio d’emergenza sotto la neve, davanti alla cattedrale di Colonia. Quando Fellini scrive il fumetto per Rolling Stone, le scenografie del film – che avrebbe dovuto essere girato nel 1966 – sono probabilmente ancora in attesa negli studios di Dinocittà a Roma. Nel 1967 si ammala di una rara forma pleurite. Negli anni successivi coincidenze e presagi di ogni tipo fanno rimandare il film, cambiare protagonista (Totò, Mastroianni, da ultimo Paolo Villaggio). Persino la versione a fumetti disegnata da Manara si interrompe con la prima parte perché, per errore, era stata stampata la parola “fine”, invece che “continua”. La cosa è decisamente weird ma la storia della non-realizzazione di Mastorna è già tutta in , che finisce con il suicidio del regista in crisi di fronte alla grande astronave marziana sulla spiaggia di Ostia.

Chi è dunque il misterioso uomo orientale senza passaporto che aspetta un cenno di Fellini per entrare nel mondo? È proprio il Mastorna? È un altro dei tanti personaggi sognati e poi abbandonati che compongono il pazzesco carosello finale di ? Oppure soltanto lo svelarsi del meccanismo creativo onirico del regista che, dopo aver girato La dolce vita e su consiglio del suo psicanalista junghiano, prese a scrivere e minuziosamente a disegnare tutti i suoi sogni? Gli Anni Sessanta vissuti come un sogno. Paul McCartney raccontò di aver scritto Yesterday una notte che cadde dal letto e di non ricordare assolutamente come il giorno dopo. Non tutti sanno che Fellini provò l’LSD alla metà degli anni ’60, proprio come fecero i Beatles. Buffe alcune sue interviste in proposito. In una di queste, rilasciata alla BBC, racconta la sua delusione: gli artisti conoscono bene la porta tra realtà e sogno aperta dall’LSD, dice.



Negli anni ’70, quando gira Roma e mette in scena le sue memorie di provinciale ventenne appena sbarcato nella Capitale, Fellini ha poco più di cinquant’anni. È un uomo cresciuto sotto il fascismo, in provincia, tra il circo, il cinema, il senso di colpa cattolico, il desiderio e la paura delle donne. In una scena riprende gli hippy sulla scalinata di piazza di Spagna e fa dire alla voce dello speaker: “È l’esercito di un altro pianeta, misterioso, che io ignoro… per questi ragazzi l’amore non è un problema, forse lo fanno, forse no, comunque non è più un dilemma di difficile soluzione come lo era per noi”. Nel film segue una delle scene più violente e rivelatrici del suo cinema: quella del casino. Negli anni ’80 il suo La città delle donne sarà contestato dalle femministe.

Fellini è il cinema. Non è un’iperbole retorica. Nei suoi film appena può adora mostrare la macchina della produzione al lavoro: dall’ultimo generico ai capi comparsa, il produttore, l’attrice. E le scenografia, i provini. I suoi set, da in poi sono una grande festa mobile, prima di tutto per il variopinto popolo del cinema. Spesso slegati dal film, che viene ricucito dal regista nel chiuso delle sale di montaggio e di doppiaggio. Che siano a Cinecittà o più raramente in qualche location, i set diventano immediatamente corti dei miracoli con politici e vescovi, pazzi e colleghi registi in visita. Solo il cinema, la sua mitologia che Fellini contribuisce a creare con , può fare tutto questo. Tutto questo perché in una sala lontana, un giorno qualsiasi, si possa ancora spegnere la luce e ricominciare a sognare.

Essere al cinema è come tornare nella pancia della mamma, dirà ancora Fellini a Jonathan Cott. Guardare la televisione continuamente distratto invece è “come quando sogni di essere sveglio, e in qualche modo non puoi prestare attenzione al tuo sogno, perché sei sveglio”. Sappiamo come andò. Alla fine degli anni ’70, e ancor più negli ’80 e ’90, in corrispondenza con la crisi delle sale e del cinema, col primato della televisione, anche la nostalgia che attraversa tutti i film di Fellini si fa prima struggente, poi decisamente stralunata e davvero felliniana. L’ultima cosa girata potrebbe essere un fumetto come quello che abbiamo raccontato sopra: è il breve spot per la Banca di Roma del 1992-93. Ma è un incubo, non un sogno. Seduto a un tavolino con una bella ragazza bionda di fronte (Anna Falchi, fattezze nordiche, non proprio Anita Ekberg, ma il vecchio Fellini ci teneva), Villaggio si trova legato alla sedia bloccato dalle rotaie mentre dietro di lui arriva a tutta velocità una vecchia locomotiva col pennacchio di fumo. Si poteva vedere ogni giorno, schiacciato tra spot di detersivi e automobili, tra una chiacchiera e l’altra. Con una leggerezza che fece restare Fellini vivo, quando tutto intorno a lui erano già le macerie dei suoi film e della memoria.

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