Povia a Sanremo 2006 con Ilary Blasi e Victoria Cabello

Foto: Rino Petrosino/Mondadori Portfolio via Getty Images

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Le 10 canzoni più brutte che hanno vinto Sanremo

Dai fiumi di parole di Jalisse allo spogliarello di Peppino Di Capri fino al piccione di Povia, ecco i brani peggiori che hanno trionfato al festival

Quali sono le canzoni più brutte che hanno vinto Sanremo? Ecco la classifica di 10 brani di cui avremmo potuto fare a meno.

10. “Fiumi di parole” Jalisse (1997)

Sono un po’ i miracolati di Sanremo 1997. Arrivano in gara tra gli Emergenti, categoria che comprende le Nuove Proposte dell’anno precedente. Tre di loro, dopo la prima serata, passano tra i Big: sono Silvia Salemi, O.R.O. e, appunto, i Jalisse, promossi a discapito di nomi come Carmen Consoli che gareggia con Confusa e felice. Il brano (che partecipa pure all’Eurovision Song Contest arrivando quarto) non sfonda nelle vendite e i Jalisse restano delle meteore. Possono sempre dire di aver vinto Sanremo.

Best lyrics: “Provo l’unico rimedio / Che adotto da un po’ / La mia testa chiude l’audio / La storia la so”.

9. “Al di là” Betty Curtis e Luciano Tajoli (1961)

Curtis e Tajoli vinsero la kermesse per la prima e ultima volta con Al di là. All’epoca due cantanti interpretavano lo stesso brano, ma separatamente, non in duetto. Al di là è il classico pezzo da bel canto all’italiana. Un brano che non viene (quasi) mai menzionato tra i più rappresentativi del festival. E un motivo c’è, se pensiamo che l’edizione precedente fu vinta da Romantica di Tony Dallara e Renato Rascel e, quella successiva, da Addio.. addio… di Domenico Modugno e Claudio Villa. Le parole nonostante siano state scritte da Mogol, non sembrano particolarmente ispirate: si contano una cosa come 18 “al di là” e molte ripetizioni di altre strofe.

Best lyrics: “Al di là del bene più prezioso, ci sei tu / Al di là del sogno più ambizioso, ci sei tu / Al di là delle cose più belle / Al di là delle stelle ci sei tu”.

8. “I giorni dell’arcobaleno” Nicola Di Bari (1972)

Una canzone che (forse) è stata scartata dallo Zecchino d’Oro, visto il testo che pare una filastrocca per bambini: uno di quei brani con le rime baciate tipo “arcobaleno-sereno”, “stelle-pelle” e così via. Musicalmente, poi, rasenta la noia. E pensare che Nicola Di Bari aveva vinto anche l’anno prima con la super hit Il cuore è uno zingaro (cantata anche da Nada). I giorni dell’arcobaleno la possiamo quindi rottamare senza problemi.

Best lyrics: “Giacesti bambina, ti alzasti già donna”.

7. “Ciao cara, come stai?” Iva Zanicchi (1974)

Malgioglio debutta a Sanremo come autore del testo di questo pezzo senza infamia e senza lode, uno di quelli che non passerà agli annali. Per la Zanicchi è la terza vittoria dopo quella del 1967 con Non pensare a me (interpretata anche da Claudio Villa) e del 1969 con la celeberrima Zingara (cantata pure da Bobby Solo). Con voce impeccabile e un po’ strillona, Iva canta di un uomo che ha perso l’amore della sua vita. Ci dispiace Iva, ma il pezzo non è giusto!

Best lyrics: “Ciao, cara, come stai? / lei non risponde più / Ciao, cara, come stai? / lei non lo guarda più / Muore la speranza: / è vuota la sua stanza”.

6. “Non lo faccio più” Peppino di Capri (1976)

Il patron della kermesse quell’anno era Vittorio Salvetti (proprio quello del Festivalbar) e fu l’ultima trasmessa in bianco e nero (ma solo per l’Italia, per l’Eurovision era già tre anni che si andava in onda a colori). A vincere un brano su uno spogliarello. Peppino Di Capri, già arrivato in prima posizione nel 1973 con la famosissima Un grande amore e niente più, fa il bis con questa canzone abbastanza bruttina. A onor del vero bisogna dire che in gara non c’erano composizioni sconvolgenti, si salva solo Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble, che ebbe un buon successo.

Best lyrics: “E lo scialle della mamma / Guarda un po’ che fine fa, / Forse lei te l’ha prestato, / Forse invece non lo sa”.

5. “La forza mia” Marco Carta (2009)

Carta trionfa grazie al televoto, ma tutti tirano un sospiro di sollievo: meglio lui che Luca era gay di Povia. Il male minore, insomma. Il vero tormentone di quell’anno, Il mio amore unico di Dolcenera, non arriva nemmeno in finale, il che è abbastanza scandaloso. Carta giunge all’Ariston dopo aver sbancato nel talent Amici di Maria De Filippi (ospite della finale del primo festival condotto da Paolo Bonolis). Non riuscirà più a tornare a Sanremo. La canzone – forse più adatta per il Festivalbar – fu la più scaricata tra quelle del festival, ma obiettivamente non la si ricorda tra le più rappresentative.

Best lyrics: “Tu sarai la forza mia / La mia strada il mio domani / Il mio sole la pioggia / Il fuoco e l’acqua dove io mi tufferò”.

4. “Amare” Mino Vergnaghi (1979)

Mike Bongiorno, conduttore dell’epoca, premia Mino Vergnaghi. Prima, però, chiede alla co-conduttrice Anna Maria Rizzoli un pensiero sul neo trionfatore. La Rizzoli, un po’ imbarazzata, se ne esce con «Molto carino, non mi piace molto questa tuta» (che in realtà è una salopette bianca, obiettivamente inguardabile). Il vercellese Vegnaghi viene dalle zone delle risaie, ma la canzone è da risate. Non diventerà una star della musica, ma un corista e un bravo autore. Tra i brani che ha firmato ci sono Diamante di Zucchero e Di sole e d’azzurro di Giorgia.

Best lyrics: “Amare, / che cosa vuoi che voglia dire amare / La vita programmata e forse amare / Domani è ancora uguale”.

3. “Ragazza del Sud” Gilda (1975)

Gilda è una tipa testarda: mandò questo brano a Sanremo nel 1974 e non fu preso. L’anno dopo ritentò con la stessa canzone e vinse. Ragazza del Sud (pezzo su una giovane del Mezzogiorno con testi che sono un’accozzaglia di luoghi comuni della ‘nordica’ cantautrice) sembra uscito dall’attuale Canale Italia o scritto da Casadei: una roba folk da balera, di quelle che “vai col lisssioooo!”. Non a caso l’interprete è una meteora passata per l’Ariston.

Best lyrics: “Il primo bacio l’ho avuto, / non ricordo da chi. / Il mio tempo non conta, / no, ragazza del Sud / Rimani a ricamare  / il tuo nome sul lenzuolo, / spiando alla finestra  / col primo batticuore”.

2. “Colpo di fulmine” Giò Di Tonno e Lola Ponce (2008)

Il Quasimodo e l’Esmeralda del Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante gareggiano con una canzone firmata da Gianna Nannini. Il pezzo doveva essere inserito nel musical dedicato a Pia de’ Tolomei, ideato dalla cantautrice senese. L’opera non vedrà mai la luce (se non con un concerto ad hoc della Nannini) e la vittoria della coppia figura tra gli errori più grandi della manifestazione canora. Poco importa se Di Tonno azzecca tutte le note, in quell’edizione c’erano canzoni ben più meritevoli come Il solito sesso di Max Gazzé o Vita tranquilla di Tricarico. Giò, Lola attenzione a intonare la strofa “che Dio mi fulmini”, perché qualcuno l’avrà sicuramente pensato (si scherza)!

Best lyrics: “Perdutamente mia / Così impaziente e viva / Un raggio della luna caduto su di me”.

1. “Vorrei avere il becco” Povia (2006)

I piccioni come metafora dell’amore di coppia, con tanto di grughìo. A Povia danno il contentino dopo che l’anno prima la sua Quando i bambini fanno ooh… viene esclusa (ma viene comunque presentata sul palco dell’Ariston, riscuotendo grandi consensi e vendite). Un primo a posto a Povia e un secondo ai Nomadi (che gareggiano con Dove si va) fa ridere: il brano della band è di gran lunga più interessante e degna di vincere. Povia verrà ricordato per un altro paio di partecipazioni con pezzi creati ad hoc per suscitare scalpore: uno su un ragazzo gay diventato etero (la terribile Luca era gay) e l’altro ispirato al caso di Luana Englaro (La verità). Pare che il cantautore abbia affermato di essere stato penalizzato dal music business per i temi delle sue canzoni. In realtà, caro Povia, forse – e sottolineo forse – il problema è che hai fatto brutte canzoni.

Best lyrics: “Più o meno come fa un piccione l’amore sopra il cornicione”.

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