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‘Amies’, il coro che aiuta le donne vittime di tratta a ritrovare la voce

A Londra le donne vittime di tratta e così traumatizzate da non riuscire nemmeno a parlare ritrovano la voce nella musica, e il passo successivo è parlare con i loro avvocati

I problemi, per le donne vittime della moderna schiavitù, la tratta degli esseri umani, non finiscono quando si interrompe lo sfruttamento. Arrivate dai Caraibi, dall’Africa, dall’Europa orientale o dal Sudest asiatico, si ritrovano sole, in un Paese distante dal loro, a dover sanare le lesioni fisiche ed affrontare le preoccupazioni pratiche sul loro futuro. Non sanno dove andare, né come farlo. Come denuncia l’Unicef, subiscono “violenze e abusi che includono anche la deprivazione della libertà personale, violenze economiche, fisiche e sessuali che portano a conseguenze gravi e talvolta pericolose per la vita stessa”. Spesso soffrono di problemi di salute mentale, come il disturbo da stress post-traumatico, la depressione e l’ansia. Avrebbero bisogno di tornare a credere nel prossimo e, soprattutto, in se stesse.

A Londra, nell’East End, una sessantina di queste giovani donne, dai 16 ai 25 anni, ce la sta facendo grazie alla musica. Nove anni fa, Adwoa Dickson, cantante professionista e musicoterapeuta, e Annabel Rook, attrice, regista e produttrice, avevano inaugurato un seminario teatrale settimanale per aiutare le sopravvissute al traffico di esseri umani a ricostruire la fiducia in se stesse. E hanno scoperto presto che ciò che aveva un effetto “mai visto prima” era proprio il canto: per questo hanno deciso di creare un coro. L’hanno chiamato Amies, in francese “amiche”.

All’inizio, per le sopravvissute – quasi tutte sono state costrette alla prostituzione o alla servitù domestica – è molto difficile entrare a fare parte del gruppo. Molte di loro non riescono nemmeno a pronunciare il proprio nome ad alta voce. “Sono terrorizzate all’idea di farlo”, ammette Adwoa Dickson, che è anche la direttrice d’orchestra. Ma è importante che trovino quella forza che serve loro per dichiarare al resto del coro come si chiamano, e per imparare ad affermare, davanti alle altre: “Sono qui, ne sono orgogliosa, e questo spazio è mio”.

È un grande sforzo per chi cerca di lasciarsi alle spalle l’esperienza alienante della tratta. Dickson lo riscontra anche osservando la postura delle donne. Quando non cantava, una di loro “si sedeva sulla sua sedia stringendosi le braccia attorno al corpo e ciondolando avanti e indietro”. Ma appena iniziava a usare la voce diventava “una persona diversa”.

R., originaria della Nigeria, oggi soprano e studentessa di contabilità, sa di avere percorso una lunga e difficile strada. E di essere cambiata profondamente: “Non ci sono parole che riescano a spiegarlo”, racconta. “La mia autostima, che era a terra, è aumentata gradualmente: adesso posso interagire e fare domande alle altre persone. Prima, non ero in grado di farlo. Quando canto, mi sento felice, molto leggera, e tutto quello che è al di fuori di me, di qualunque cosa si tratti, scompare”. È stata la musica a fornirle i meccanismi psicologici adattativi che le servono per proteggere la sua salute mentale. Oggi riesce anche ad esibirsi davanti a un pubblico. E sa che quella fiducia che le donne hanno ritrovato nel coro servirà loro per affrontare altre situazioni difficili. “Quando parleranno con gli avvocati, potranno guardarli negli occhi e spiegare loro tutto quello che è successo”, conferma R.

La musica funziona spesso, ma non sempre, e non subito. “Alcune non sono in grado di superare quell’insicurezza per cui, per stare meglio, hanno bisogno di far sentire qualcun altro peggio. È molto comune nelle persone che sono state traumatizzate”. Ferite così profondamente che rischiano di non guarire mai.

Ma il coro si chiama Amies, non a caso: le amiche non mollano facilmente, quando le altre sono in difficoltà. Le ex vittime della tratta cercano di aiutarsi a vicenda: hanno a cuore il futuro di ogni donna del gruppo, abbattono le barriere, non si arrendono. Diventano la loro famiglia. “Ecco perché, quando cantiamo, lo facciamo meravigliosamente”, dicono. “È perché siamo legate come sorelle”.