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‘The Loudest Voice’ esiste solo per far vincere un Emmy a Russell Crowe

Nella miniserie, che racconta ascesa e caduta di Roger Ailes, presidente di Fox News travolto da uno scandalo sessuale, non c'è nulla di sottile: nello spirito del soggetto, è tutto un pugno in faccia

Russell Crowe (Roger Ailes) e Simon McBurney (Rupert Murdoch) in 'The Loudest Voice'

Foto: JoJo Whilden / SHOWTIME

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: The Loudest Voice, la miniserie in sette parti (in onda su Sky Atlantic dal 4 dicembre e in streaming su NOW TV) sull’ascesa e la caduta del presidente di Fox News / presunto molestatore sessuale Roger Ailes, è all’altezza del suo nome. Dal momento in cui la versione di Russell Crowe, marpiona e col doppio mento, della colonna portante della destra americana si presenta in una tavola calda, prevedendo quello che ci sarà scritto sul suo epitaffio – “paranoico, conservatore, grasso” –, hai la netta sensazione che parli proprio con te. Non solo l’attore premio Oscar, che scatena l’inferno gridando a pieni polmoni, litigando con chiunque e mettendo in piedi un tirannico “pep talk” delle 4 del mattino con i suoi collaboratori. Sembra che questo adattamento del libro di Gabriel Sherman del 2014 urli costantemente a pochi centimetri dal tuo viso, agitando il dito mentre la schiuma esce dalla bocca del suo protagonista. È una serie terribilmente lunga, ma questo non significa che sia un’opera perspicace e profonda.

Come Quarto Potere, questo burrascoso biodrama inizia con la morte del suo protagonista: il rumore di opinionisti che chiacchierano in sottofondo è il suo equivalente di Rosabella. Torniamo indietro nel 1995, quando Ailes è stato licenziato dalla CNBC per un’indagine sulle risorse umane. Fortunatamente, questo dà modo ai vertici di dare a Rupert Murdoch (la leggenda del teatro Simon McBurney, più rettiliano che mai) un canale di infotainment 24 ore su 24 per competere con la CNN. Ma Ailes si rifiuta di fare solo un altro “Clinton News Network”. Vuole dare ai conservatori la propria piattaforma e al pubblico un flusso costante di paura e disgusto. “La gente non vuole essere informata”, dice. “Vuole sentirsi informata”.

The Loudest Voice segue Ailes mentre mette insieme la sua squadra di talenti e attori dietro le quinte, tra cui il responsabile delle pubbliche relazioni Brian Lewis (Seth MacFarlane) e un conduttore irriverente ed estremista di nome Sean Hannity (Patch Darragh). Ingaggia Laurie Luhn (Annabelle Wallis) come agente prima di ricattarla per favori sessuali e costringerla a reclutare il suo “rimpiazzo”; ben presto la donna diventa un’incarnazione del disturbo da stress post-traumatico che testimonia come quest’uomo abbia trasformato tutto in un gioco di potere. La serie evidenzia la sua volgarità (“Chi ha ordinato il pussy masala?”, ridacchia dopo aver intervistato una candidata indiana) e l’estrema paranoia. Ci mostra come sua moglie, Beth (Sienna Miller), sia all’altezza della sua vena machiavellica, se non dei suoi appetiti. E dimostra come, dopo l’11 settembre, Ailes inizi a battere i tamburi di guerra più forte per Bush II. Assume anche una tendenza più populista, a cominciare dall’insistenza che un candidato alla presidenza venga chiamato “Barack Hussein Obama”. Presto Ailes dichiara che è giunto il momento di “make America Great again” e una certa celebrità dei reality televisivi inizia a comparire sempre più regolarmente sui monitor.

Quando la bestia nera di Ailes si presenta sotto forma di Gretchen Carlson (Naomi Watts al massimo della sua fragilità), siamo già stati tartassati da un sacco di cattivi comportamenti amplificati e segnali evidenti del declino della civiltà. Nello spirito del soggetto, non c’è nulla di sottile, è tutto un pugno in faccia. Se la miniserie non riesce a impressionarvi, vi passerà sopra come un treno.

Il problema è che, a parte il piacere di vedere celebrità interpretare personaggi celebri della Fox, non c’è molto che resta, se non il fascino distruttivo del naufragio di un uomo orribile che ha rovinato vite e famiglie. È un concentrato di furore e grida con una patina tabloid di potere, corruzione e perversione. Meglio vedere la miniserie come un’occasione per Crowe, che scava con gusto in questo ruolo grottesco. Nessuna quantità di protesi può impedirgli di raggiungere livelli di rabbia da lanciare i telefoni e di incanalare il rancore al suo livello massimo. Se l’idea è quella di raccogliere lezioni e drammi dalla storia di Ailes, The Loudest Voice è un fallimento. Se invece si tratta di far vincere a Crowe un Emmy, è perfetta.

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