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Basta anni ’70, ora i Calibro 35 raccontano il presente

I musicisti che hanno anticipato di un decennio l’ossessione per le musiche del passato si sfilano passamontagna e tute spaziali, e nel nuovo album 'Momentum' rileggono a modo loro l'attualità musicale

Calibro 35

Hanno fatto rapine e viaggi interstellari, si sono arrampicati sulle architetture impossibili di Superstudio, hanno musicato film immaginari e poi sono tornati indietro, nello stesso studio dove tutto è cominciato, per fare “un atto di generosità verso il futuro, donare tutto al presente”. I Calibro 35, che hanno anticipato di un decennio l’ossessione di “rifare il passato” che caratterizza buona parte della cultura pop che consumiamo ogni giorno, aprono il nuovo decennio sfilandosi passamontagna e tute spaziali, finalmente liberi da tutti i “come se” che hanno segnato la loro discografia: Momentum, il settimo album in studio del gruppo di Cavina, Colliva, Gabrielli, Martellotta e Rondanini, è un miracolo di equilibrismo e una rilettura unica della nostra attualità musicale.

Dieci canzoni, tra cui due incursioni nel mondo del rap, capaci di tenere insieme Stelvio Cipriani e Robert Glasper, i Comet Is Coming e J Dilla, Piero Piccioni e gli Headhunters. Dopo un decennio di travestimenti, con Momentum i Calibro 35 dimostrano di essere un contenitore in grado di accogliere più o meno qualsiasi spunto musicale, persino la black music contemporanea, senza perdere pubblico, credibilità o un orizzonte di senso. «La contemporaneità è emersa come un segno. È come se ci fossimo ritrovati, dopo un paio d’anni in cui abbiamo preso in mano altre cose, con l’intenzione di capire che cosa siamo adesso», ci ha spiegato Luca Cavina. «Può sembrare quasi paradossale, ma proprio quando hai un’identità ben definita rischi che diventi una routine. Come un vestito che ti è sempre calzato a pennello ma che un giorno non ti sta più così bene».

Momentum, quindi, non è un album di inseguimenti. Non è una rincorsa ai suoni della trap e del mainstream, ma piuttosto una liberazione, sia da un metodo – fare i dischi come sia faceva nel ’66, magari su un otto piste – che dai suoni e dalle armonie che hanno caratterizzato l’ultimo decennio dei Calibro. «In questo disco non ci sono 808, non ci sono hi-hat in 32esimi. Tutto quello che senti è stato suonato per davvero», ha detto Tommaso Colliva. «Quando abbiamo iniziato c’era la volontà di riappropriarsi di un modo di fare i dischi, incidendo in analogico e senza paracadute, ma quell’approccio ha raggiunto il suo massimo in S.P.A.C.E. Questa volta ci siamo incontrati e abbiamo approfittato della comodità del digitale, registrando tutto e organizzando la musica a posteriori. Momentum è un disco molto post-prodotto, ma non abbiamo toccato nessuna performance, abbiamo lasciato tutti gli errori».

Il risultato è un album di contemporaneità digerita. I loop e i groove robotici dell’elettronica (Glory-Fake-Nation, Automata), sono “umanizzati” dalla sezione ritmica di Rondanini e Cavina; c’è il rap, sì, ma niente AutoTune o spacconate trap, meglio lo stile vecchia scuola di Illa J; accanto agli arpeggi di chitarra post rock (Death of Storytelling) non c’è un crescendo alla Explosions in the Sky, ma un groove ipnotico; dietro alle aperture cosmic jazz di Thunderstorms and Data, invece, una sorta di funk cinematografico. Nel complesso la musica dei Calibro 35 si è fatta più cupa e minore, i groove più nervosi e ossessivi, le strutture semplificate per accogliere ospiti reali (Stan Lee e Black Moon), evocati (Glory-Fake-Nation, Fail It Till You Make It, One Nation Under a Format) o magari immaginari, da inventare nella testa di chi ascolta.

Momentum non è un disco di transizione, forse non è nemmeno un nuovo inizio. Sono gli Stati Generali della musica contemporanea, raccontati da un gruppo di cronisti che ha capito che per essere attuali non serve inseguire un suono, un genere o un’estetica. Basta la curiosità.

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