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I Wire trasformano il TG della sera in un’opera d’arte post punk

La band inglese riempie il nuovo album di canzoni da decifrare su questi tempi cupi e caotici

Wire

Foto: press

Quaranta e passa anni dopo aver messo sottosopra il punk con ritmi derivati dalla rumba, melodie bizzarre e canzoni brevissime, i Wire si sono trasformati in massimalisti. A modo loro, naturalmente. Le canzoni del nuovo album Mind Hive non sono suite sinfoniche di 45 minuti, ma sono piene di bordoni, suoni tremolanti di sintetizzatore e riff rombanti di chitarra che da sempre sono il loro marchio di fabbrica e che vengono enfatizzati e inseriti in un nuovo contesto. E del resto, questa band è sempre stata fedele a una sola tradizione: la ricontestualizzazione.

I Wire hanno conquistato le platee punk ai tempi del primo album Pink Flag del 1977 con canzoni di uno, massimo due minuti dotate di sufficienti energia e melodia da suonare complete. Era il caso di Ex-Lion Tamer, col ritornello sul restare appiccicati alla tv, e Three Girl Rhumba, col suo riff martellante. Erano l’essenza stessa di una canzone, un suo distillato, una cosa che né i Sex Pistols, né i Buzzcocks avevano tentato. Per il secondo album Chairs Missing del 1978 i Wire hanno iniziato a scrivere canzoni più lunghe, sono diventati più artistoidi, hanno messo le mani sui sintetizzatori. Nel successivo 154 si sono spinti oltre ed è stata proprio la loro voglia d’avventura – il fatto stesso di chiedersi che cosa definisca una canzone – a renderli coinvolgenti anche quando si sono messi alle spalle il punk e la sua fan base. Album come It’s Beginning to and Back Again del 1989 e The First Letter del 1991, quest’ultimo pubblicato a nome Wir, hanno dimostrato che il gruppo aveva un gran talento nel lasciarsi andare ed esplorare nuovi territori.

Mind Hive è più rock dei dischi anni ’80 della band e segue l’eccellente Silver/Lead flirtando ancora di più con la tradizione, ma è comunque bello strano e quindi non tradisce l’essenza dei Wire. È musica che spinge chi l’ascolta a decifrarla. Il chitarrista Colin Newman e il bassista Graham Lewis cantano di oligarchi russi su un tappeto di tastiere in Humming e di fascismo e stragi di stato sugli accordi essenziali di Shadows. In Oklahoma, Newman canta: “Mi piace il tuo carro funebre sexy / Sapevi che stavo morendo”. Può sembrare deprimente, ma la musica ‘avanti’ da far sì che il pezzo non somigli alle scene violente e agli intrighi politici che si vedono nei TG della sera.

La canzone che più di ogni altra mostra chi sono i Wire oggi è quella apre l’album. In Be Like Them Newman canta la mancanza di speranza (“trasformare scheletri in pile di ossa”) e il malessere (“niente di nuovo”). Quando arriva il ritornello “lo fanno per te, ti spiegano ogni cosa, ti incitano a diventare come loro, ad essere loro”, è tutto chiaro: i Wire non saranno mai “come loro” perché è nella loro natura stare all’opposizione.

 

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